martedì 5 luglio 2016

Cento anni fa nasceva la Targa Florio

Pubblicato su CircusFuno il 05/05/16

Targa Florio
Esiste una terra magica in cui i colori del paesaggio hanno la potenza narrativa dei disegni dei bambini, con l’azzurro intenso del cielo, il blu lapislazzulo del mare, il bianco abbacinante delle spiagge e il nero lucente delle rocce vulcaniche. È la Sicilia, una terra di teatri, templi e capitali di Regni, povera pur essendo ricchissima, sulle cui strade è passata spesso la Storia; anche quella dell’automobilismo, poiché, da un certo giorno di maggio in poi, per le strade di Cerda, Caltavuturo, Castellana, Petralia Sottana, Petralia Soprana, Geraci, Castelbuono, Isnello, Collesano, Campofelice di Roccella, Bonfornello – ma anche Cefalù, Messina, Catania, Siracusa, Noto, Vittoria, Agrigento, Castelvetrano, Mazara, Marsala, Trapani e Palermo – agli echi mitologici di dei ed eroi della Magna Grecia si mescolò il rombo dei motori delle auto da corsa.
Vincenzo Florio era un giovane e facoltoso cittadino palermitano, nelle cui vene scorreva un misto di sangue blu di nobiltà e sacro fuoco della velocità, caratteristiche che lo accomunavano a quei Gentiluomini al Volante  – o Cavalieri del Rischio –  che furono l’anima dell’epoca  eroica delle corse automobilistiche. Vincenzo Florio era quel che si definisce un signore palermitano, nobile non solo per nascita ma per carattere, fiero della propria terra e capace di portarla alla ribalta nel mondo, creando una lunga ed estrema corsa su strada (quasi centocinquanta chilometri totali nella sua versione più lunga) laddove non c’erano neppure le strade, una corsa che sarebbe diventata leggendaria in capo a pochi anni e il cui trofeo fu ambitissimo per tutti i migliori, scuderie e piloti: la Targa Florio, “a Cursa”, che si tenne per la prima volta nel 1906, in Sicilia e per la Sicilia.
Targa Florio
Scorrete l’albo d’oro della corsa, la più longeva della sua categoria – oltre settant’anni di competizioni valide nell’ambito di campionati mondiali, come quello Prototipi, e che, nella sua versione rallystica, è ancora oggi inserita nel campionato italiano – e vi troverete i nomi dei più famosi domatori d’auto dell’epoca d’oro delle corse:  Nuvolari, Varzi, Villoresi, Taruffi, ma anche Sivocci, Musso, Bonnier, Von Trips, fino a Bandini, Merzario, Marko e l’eroe locale, Nino Vaccarella. E le donne, Ada Pace e Maria Teresa De Filippis su tutte. Leggete quali e quante Scuderie si disputarono la Targa Florio, quale sigillo di eccellenza meccanica e motoristica: Porsche, Ferrari, Lancia, Alfa Romeo, Bugatti, Maserati, Mercedes, Isotta  Fraschini, fra le altre. Alla voce “pietre miliari” troverete che il Quadrifoglio Alfa Romeo apparve per la prima volta su due RL Targa Florio, che presero parte all’edizione 1923 e furono guidate da Antonio Ascari, Enzo Ferrari, Giulio Masetti e Ugo Sivocci; fu quest’ultimo, vincitore a sorpresa di una gara rocambolesca, ad avere l’idea di apporre sulla propria vettura quel motivo, da allora diventato simbolo dell’arte di costruire auto da corsa, oltre che amuleto beneaugurante. Più che dalle statistiche, però, il valore assoluto della Targa Florio è dato dalle imprese sportive che vi ebbero luogo, fra gare funestate da incidenti, spettacolari duelli ed esiti incerti fino al taglio del traguardo, oltre che dall’affetto senza eguali manifestato dal suo pubblico fin dalle primissime edizioni.
E ora che sono cento anni, la volontà di proseguire l’opera del fondatore Vincenzo Florio sembra aver ispirato gli attuali organizzatori, i quali hanno coinvolto autorità locali e grandi nomi – Jean Todt, Helmut Marko, Arturo Merzario e Nino Vaccarella, solo a citarne alcuni – in una edizione celebrativa che non sarà solo rievocazione ma anche gara vera e propria. Grazie alla Targa Florio, sopravvissuta ai cambiamenti del tempo e dell’automobilismo, forse, per una volta, l’adagio di gattopardiana memoria per il quale bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale a prima ha assunto un significato positivo, nelle emozioni e nei cuori degli appassionati. In Sicilia e per la Sicilia.
“A cosa servono le automobili da viaggio, se non si costruiscono strade sulle quali farle viaggiare?”
Vincenzo Florio        

Primo Maggio, il Gran Premio di Russia sul palcoscenico delle coincidenze

Pubblicato su CircusFuno il 28/04/16

Ayrton Senna at the GP di San Marino in Imola, Italy in 1994.
Ayrton Senna at the GP di San Marino in Imola, Italy in 1994.

Sul palcoscenico della storia della Formula Uno gli eventi danzano seguendo passi imprevedibili e le coreografie intrecciano fra loro vite e destini in maniera imponderabile. Coincidenze, le chiamano. 

Di coincidenza si tratterà quando si correrà il prossimo Gran Premio di Russia: sarà il Primo Maggio, per la prima volta da ventidue anni, da quel primo maggio lì. Due anni fa, il Gran Premio di Russia è stato la prima gara con un box privo del suo pilota, svuotato dalla fatalità proprio come vent’anni prima, in quella gara lì. In questi giorni, il Gran Premio di Russia cade in corrispondenza di un anniversario, a dieci anni dall’ultima corsa disputata a Imola, dove si corse quella volta lì. Coincidenze, eppure non possiamo che pensare a lui e a che direbbe, ora.
E chissà che direbbe ora, Ayrton Senna, di questa Formula Uno che, una volta, montava tribune nuove nei punti più belli delle piste e ora interra i punti belli delle piste per farle passare davanti a delle nuove tribune; di monoposto che soffrono la vicinanza delle altre e per questo vanno aiutate a sorpassare; di piloti che non possono cercare la prestazione altrimenti consumano carburante oltre il consentito e di anfratti senza storia che rubano il posto a circuiti che hanno fatto la storia, come quella Imola che tanto amava.
Chissà che direbbe, Ayrton, la stella più splendente del firmamento delle corse, pensando alle tenebre che avvolgono ora l’esistenza del vincitore di quell’ultimo Gran Premio in riva al Santerno, dieci anni fa, di quel Michael Schumacher, la stella che offuscò il suo firmamento nell’ultimo arco della sua vita sulle piste.  Chissà cosa avrebbe detto, Ayrton, due anni fa, guardando quei ragazzi che, da bambini, sognavano di essere come  lui, stringersi a quei ragazzi che, da bambini, sognavano di essere come Michael, mentre cercavano di tenera accesa la luce sulla stella del loro compagno Jules Bianchi, che, invece, lentamente tramontava.
Chissà cosa direbbe, Ayrton, se si trovasse a commentare la danza degli eventi sul palcoscenico della Formula Uno. Forse starebbe in silenzio, assorto eppure lieve come solo lui sapeva essere, oppure direbbe quel che ha immaginato per lui il poetaPaolo Montevecchi, nella canzone cantata da Lucio Dalla:
Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota
e corro veloce per la mia strada
anche se non è più la stessa strada
anche se non è più la stessa cosa
anche se qui non ci sono i piloti
anche se qui non ci sono bandiere
anche se forse non è servito a niente
tanto il circo cambierà città

E noi, che credevamo che niente sarebbe stato più come prima, come ventidue anni fa, come dieci anni fa e come due anni fa, continueremo ad assistere allo spettacolo.

Alboreto, Il dolore della lontananza a 15 anni dalla scomparsa

Pubblicato su CircusFuno il 25/04/16

Michele Alboreto
Michele Alboreto

La nostalgia è quel sentimento che ti grava l’anima, che ti invade come un cielo carico di pioggia fa con la cornice di una finestra, quando a impedire che collassi in un mare arrabbiato e torbido c’è solo una fragile striscia scura, all’orizzonte. Nostalgia evoca la mancanza di qualcosa o di qualcuno, ma il suo significato letterale è “dolore della lontananza”, dolore per una distanza, fisica o spirituale, per un distacco imposto, per un tempo passato che non ritornerà.

Cos’è, in Formula Uno, la nostalgia? E’ un sentimento condiviso da entusiasti e scontenti, perché si porta dietro polemiche e storie riavvolte ad libitum come il nastro infinito di una vecchia musicassetta, quelle delle corse che erano più belle, delle macchine che erano più potenti e dei piloti che erano più … piloti; è anche il ricordo, presente e pressante, di persone che furono eroi, miti o solo numeri e sorrisi, dolorosamente assenti da un certo giorno in avanti ma mai dimenticati.
Ogni giorno, in Formula Uno, nasce un nostalgico. Tutti – chi più, chi meno – lo diventiamo. Per alcuni avviene per fasi, per altri il passaggio è sancito da una data precisa. Per me è stato il 25 aprile 2001.
Non ricordo se fosse un giorno gelido come oggi, quindici anni dopo, o se splendesse un tragico sole laggiù, nelle foreste vicino al Lausitzring: so solo che quel giorno Michele Alboreto se n’è andato e la notizia giunse come una folata di vento che piega improvvisamente da una direzione diversa. Ogni anniversario si risveglia il dolore per la lontananza di una Formula Uno temeraria, di piloti che non si sentivano mai arrivati e che non erano mai né troppo giovani né vecchi ancora giovani, di costruttori che non dormivano mai e di monoposto indocili come cavalli di razza. Ogni anniversario si ravviva il dolore per la lontananza di un pilota che fu l’ultimo campione italiano su una Ferrari, che sfiorò un titolo maledetto e che fu un uomo carismatico ma profondamente gentile.
Per molti bambini degli anni Ottanta che scoprivano per la prima volta questo sport bellissimo e si ritrovavano in casa un familiare che credeva nei sogni fino all’ultimo, Michele Alboreto era la Formula Uno e, adesso, è la nostra nostalgia, il nostro dolore della lontananza.
Ciao.
Photo Credits: Minardi.com

I WAS RACING. Ricordatelo, Sebastian!

Pubblicato su CircusFuno il 19/04/16

Vettel Kvyat
L’asfalto, nero di gomma e di adrenalina, si getta in una curva a spirale che si avvolge su se stessa e sui destini incrociati del Gran Premio di Cina, domenica 17 aprile; duecentosettanta metri, dice chi li ha misurati, di spinta forsennata, duecentosettanta decisivi metri. Duecentosettanta metri bevuti d’un fiato in una partenza bruciante, di arroganza magnifica e tempismo agonistico perfetto: le ali, questa volta, le ha messe Daniil Kvyat. Avvolte in una nuvola di sabbione, frustrazione e detriti, le due Ferrari stanno, l’una contro l’altra piantate, catturate fatalmente dall’errore che capita nel momento meno opportuno e contro l’avversario meno auspicabile. La furiosa risalita che ne verrà, disperatamente bella quanto utile solo a non far rovesciare quel po’ di liquido che restava nel bicchiere mezzo pieno rimasto dopo le prime due gare, segnerà il resto della gara.
“I was racing.”
Sembra mormorare, fra le righe delle sue sommesse scuse via radio, Sebastian Vettel, deluso d’aver rovinato la sua gara e quella del compagno di squadra. Ma queste sono le corse e gli incidenti di gara capitano.
“Sono più imbarazzati loro di me”, chioserà, con sintesi sorniona, il Presidente Sergio Marchionne, presente in quel di Shangai, nel commentare l’inopportuna esibizione da bocciodromo offerta dai suoi alfieri alla prima curva. Imbarazzati, sì, aggiungo io, ricordando quella spettacolare sverniciata in parata rifilata ai soprannaturali rivali della Mercedes alla partenza del Gran Premio d’Australia o quella folle meraviglia messa in scena qualche mese fa, allo spegnimento dei semafori del Gran Premio d’Ungheria. La strada verso la vittoria è lastricata di errori, botti, fumate e colpi di sfortuna e non si arriva alla meta senza essersela strameritata con sudore e trascinando il giogo delle critiche: questo sembra l’ammonimento che Nostra Signora delle Corse sta impartendo alla Ferrari e al suo Presidente, finora troppo impegnato a far proclami prestagionali. Queste sono le corse e questo è – per nostra fortuna di spettatori – l’inizio scoppiettante  di un campionato lunghissimo, che si annuncia pieno di gare combattute.
“I was racing!”
Sbotterà, con l’aria di chi non ha intenzione di farsi rovinare la festa, il Driver of the Day Daniil Kvyat addosso a uno scosso Sebastian Vettel che, in maniera poco gentile, lo accuserà, giusto il tempo di saltare giù dalla monoposto, di essersi trasformato in  un pericolosissimo raggio missile con circuiti di mille valvole. Spiace, caro Sebastiano, vedere una persona solitamente giudiziosa, abile, nella maggior parte dei casi, a cavarsela con una battuta, rivestirsi di acrimonia. Spiace, perché la ruota gira e chi di I was racing ferisce, di I was racing perisce: ricordi?
“I was racing, I was faster, I passed him, I won!”
Erano I tempi del famigerato Multi-21, di tutti gli anti-Vettel smemorati che corsero a saltare sulle barricate in difesa dell’imberbe Mark Webber – persona di indubbio valore e sportivo di tutto rispetto, che aveva mille ragioni per lamentarsi, allora –  erano i tempi degli ordini di scuderia vituperati a intermittenza e dei campionati che la Ferrari perdeva per una manciata di punti, dopo lotte sfiancanti contro un mulino a vento – anzi: ad ali – di nome Red Bull. Erano i tempi in cui fu terribile averti come avversario e quelle partenze australiane e ungheresi, capolavori di opportunità e calcolo, me lo hanno ricordato. Lo sai bene anche tu, Sebastiano, che quando l’occasione si presenta l’istinto del predatore da corsa fa sì che il pilota la colga, tutto il resto è la normalità del caso, per cui basta puntare il dito, basta dare addosso a chi, come Danil Kvyat, ha svolto solo il suo mestiere; basta anche a tutti i pro-Vettel, smemorati anche loro alla pari di quegli anti di cui sopra, dei quali sono parenti stretti.
“I was racing, I was faster, I passed him, I won.”
Erano le parole di un giovane, spavaldo e rapace campione del mondo, che descrivevano quel che un pilota – e non un ospite della propria monoposto – è chiamato a fare. Ricordalo, Sebastiano, la prossima volta che lasci uno spazio!

Herbert versus Alonso, oltre la querelle e una vita da mediano

Pubblicato su CircusFuno il 14/04/16

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Se volessimo giudicare il peso specifico di un evento in base ai commenti più o meno polemici che ha generato, allora dovremmo concludere che il Gran Premio del Bahrain 2016 sarà ricordato non per la solida prestazione di Vandoorne e Wehrlein, non per la sorprendente Haas di Grosjean, né per la quinta vittoria di fila di Rosberg o per il secondo arrosto consecutivo Ferrari, ma per lo stridente scambio di battute fra Fernando Alonso e Johnny Herbert.
E così molti giovani fans hanno scoperto – e molti vecchi hanno ricordato – chi sia Johnny Herbert, ex pilota di Formula 1 negli irripetibili anni Novanta e ora commentatore tv.
Ora, a proposito dei piloti che si convertono in anchorman televisivi, io la penso come il principe Alberto / Alec Guinness nel film Il Cigno: essi sono gli aristocratici del motorsport, sono come dei maestosi cigni che nuotano in uno specchio d’acqua ma quando non nuotano, vale a dire quando escono dal fiabesco stagno della Formula Uno, fuori dal loro elemento, si muovono in maniera sgraziata, per tacere di quando aprono il becco … pardon, la bocca, per parlare – e non serve essere un etologo per confermarlo; fuori di metafora e premesso che alcuni di loro si sono dimostrati all’altezza sia come commentatori che come intervistatori,  Johnny Herbert mi è sempre sembrato uno dei meno starnazzanti. Ciò non toglie che porgere una domanda provocatoria a un Alonso, campione indiscutibile ma attualmente in difficoltà e, soprattutto, reduce da uno spaventoso incidente, non poteva che causare una risposta insolente. La mia modesta opinione è che la domanda in sé è stata coerente con il contesto ma mal posta, mentre la risposta è stata calzante ma esagerata, né più né meno che una relazione di causa ed effetto che ha generato una querelle infinita per via dei personaggi che ne sono coinvolti. A tutti coloro che hanno assalito Herbert, descritto come un livoroso incompetente non avente titolo a trattare certi argomenti (riguardanti carriere di campioni del mondo) perché sprovvisto di un titolo (di campione del mondo), vorrei far notare, invece, che la Formula Uno appartiene allo stesso modo ai campioni e ai gregari, così come agli spettatori delle tribune e a quelli assiepati sui prati.
Johnny Herbert è stato, per chi vi scrive, uno dei ballerini di fila di uno spettacolo indimenticabile, quello delle prime stagioni vissute da spettatore onnivoro, e il suo nome ha avuto una curiosa ricorrenza in entrambe le occasioni in cui ho potuto assistere a una gara dal vivo: l’anno passato, a Spa – Francorchamps, girava fra le tribune un supereroe del tifo, un Batman ante litteram ammantato di un’enorme Union Jack che inneggiava non al campione del mondo Hamilton, ma a Herbert; due anni fa, a Monza, dalle parti della Prima Variante, troneggiava ancora un graffito in suo onore.
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Non sarà stato un predestinato delle monoposto, ma questo Herbert aveva seguito all’epoca e ancora fan che gli tributano affetto. Perché se è vero che lo sport è fatto dai campioni, dai talenti puri che esaltano se stessi e quegli ideali di bellezza, velocità, prestazione al limite, facendo innamorare molti di noi per la vita, ebbene quanti di questi gregari, ballerini di fila,mediani nati senza i piedi buoni hanno conquistato altrettanti estimatori, per quella loro normalità in un mondo eccezionale e quella loro incrollabile fede che non li faceva desistere, nemmeno di fronte all’evidenza? Tanti. E uno di questi fu proprio Johnny Herbert.
Cercando nella palude dei commenti e delle opinioni, districandomi fra dileggi gratuiti e attestati di stima univoci rivolti all’uno o all’altro contendente , un ricordo di Herbert scritto da un fan è balzato alla mia attenzione e mi ha riportato alla mente il grave incidente che subì a Brands Hatch, i mille cambi di Scuderia, la coabitazione con il grande Schumacher, i podi e la vittoria al Gran Premio d’Europa nel 1999. Oltre a tutto ciò, un ben magro bottino in confronto ai giganti, quelli veri, della Formula Uno, quel che rimane e che è rimasto al giovane fan che scrive, è il messaggio: non mollare mai, perché solo se non molli potrai cogliere l’occasione, quell’unica occasione, che altrimenti perderai per sempre.
Questo è ciò che ci insegnano tutti i piloti che ci provano, tutti quelli sballottati in monoposto non all’altezza, sbeffeggiati dai paganti, puniti da incidenti e anche … presi in giro dal nostro Mediocrity Award, quando se lo meritano.  Non mollare mai. E allora …
Non mollare, Johnny Herbert: continua con le tue interviste, perché più punti di vista ci sono e meglio è.
Non mollare, Fernando Alonso: continua a gareggiare ad alti livelli per te e per tutti noi, che non riteniamo gli over trentacinque finiti a prescindere.
Grazie a Calciatori Brutti e a Stefano Losio per il ricordo e il suo messaggio.

Il Cavaliere delle Fiandre e la Disfida al Tramonto – La #F1aFavola di Vandoorne in Bahrain

Pubblicato su CircusFuno il 05/04/16

Vandoorne-F1-Bahrain
“C’era una volta un giovane cavaliere dalle grandi speranze.
A costui era stato demandato di compiere un’impresa estrema: correre in aiuto di un re non bello né tanto buono – ma almeno simpatico – indossando l’armatura di un altro valoroso cavaliere – non uno qualunque, bensì l’ Hidalgo delle Asturie, un cavaliere che si fregiava della Doppia Iride – ferito in battaglia.
Il Cavaliere delle Fiandre – questo il suo nome – avrebbe dovuto lasciare il nipponico agone al quale partecipava per precipitarsi a dar man forte ai propri compagni di colore – nero: di risultati, di umore, di prospettive e di cattiva sorte – nel lontano e sabbioso Emirato, in occasione dell’annuale Disfida al Tramonto. Egli sapeva che avrebbe indossato un’armatura che in passato era stata fragile e traditrice, brandendo le armi forgiate per un altro, ben conscio che, una volta terminato il proprio servizio, quale che ne sarebbe stato il risultato, avrebbe dovuto restituire armi e armatura all’Hidalgo e tornarsene nel lontano Oriente, in attesa del proprio fato.  All’imbrunire della domenica, Il Cavaliere delle Fiandre si calò nell’armatura decorata con le proprie insegne numero quarantasette, scese la celata dell’elmo sul viso e partì, confidando nel proprio talento e nella benevolenza della multiforme Dea delle Corse; pur conoscendo poco il campo di battaglia e le regole d’ingaggio, il Cavaliere si batté alla pari e qualche volta meglio degli avversari, più avvezzi a simili competizioni di lui, impressionando la platea. Quando la sera scese a dare ristoro ai corpi e alle menti riarsi dal calore del deserto, la Disfida si era, ormai, conclusa con la vittoria di uno dei due Alfieri Argentei e il Cavaliere delle Fiandre ritornò dal re, unico superstite dei due che erano partiti, porgendogli il punto iridato da lui strappato alla concorrenza e offerto alla causa comune.
E fu così che il Cavaliere delle Fiandre tornò da dove era venuto, accompagnato dagli applausi del pubblico e dalla gratitudine dei compagni, confidando in un rientro non troppo lontano.”
Nato da un Paese povero quanto ad allori sportivi ma infinitamente ricco di suggestioni per gli sport a motori, Stoffel Vandoorne è ritenuto un predestinato: celui qui va gagner – quello che vincerà – come spiegavano i Belgi assiepati sugli spalti di Spa- Franchorchamps l’anno passato, a chi chiedesse loro chi fosse quel giovane per vedere il quale s’era radunata più gente per la GP2 che per la Formula Uno.  La sua partecipazione al Gran Premio del Bahrain domenica scorsa, però, più che il trionfale approdo di un predestinato, è stata simile al compiersi di una bella favola, la favola di un pilota ritrovatosi per un puro accidente a sostituire un blasonato titolare dopo essere stato spedito in un campionato trasversale ad ammazzare il tempo e, nonostante tutto, in grado di ben figurare finendo anche a punti dopo una gara consistente.
Se il giovane venuto dalle Fiandre sia destinato a trovare il proprio spazio nella Formula Uno prossima ventura al momento non è dato saperlo ma solo sperarlo. Noi possiamo, per ora, augurare alla McLaren di diventare assidua frequentatrice della zona punti nel prosieguo del Campionato e goderci la – per ora – breve avventura di Stoffel Vandoorne nel massimo campionato. È stata una bella favola da raccontare, anzi: F1aFavola.

E se nemmeno i piloti riescono a … – Riflessioni sulla lettera della GPDA

Pubblicato su CircusFuno il 25/03/16

Motor Racing - Formula One World Championship - Spanish Grand Prix - Practice Day - Barcelona, Spain
Cari piloti, così anche voi avete scritto. Parole calibrate, sentite, ben scelte, con le quali avete espresso, finalmente nero su bianco, non solo il vostro amore per questo sport meraviglioso, ma anche il vostro rispetto per il pubblico e per  l’eccellenza della competizione in sé. Da appassionata  vi ringrazio, anche perché la vostra lettera del 23 marzo 2016 prosegue con un compìto, mai sbavato ma inequivocabile j’accuse che denuncia ciò che da più parti era già stato fatto emergere, cioè la condizione di “malattia” dell’attuale governance della Formula Uno, oltre a un chiaro invito a un non più rimandabile, deciso e decisivo cambiamento.
Avete chiaramente puntualizzato, amici piloti, che, di recente, sia in ambito sportivo che strategico, sono state prese decisioni che hanno trovato il disaccordo – se non l’aperta opposizione – sia vostra che del pubblico tutto. Una per tutte: le cosiddette qualifiche “a sedia rovente”.  E quindi? Quindi vi hanno risposto che i sedili arroventati per ora dovete tenerveli e che anche tutto il resto della storia rischia di avere la stessa conclusione, nonostante a voi e al pubblico ciò comporti l’arroventamento anche di altre – e innominabili – parti anatomiche.
E dunque vi hanno risposto, ma è come quando, da bambini, protestavate con la mamma contro l’ordine costituito, secondo il quale vostra sorella minore poteva giocare con le vostre preziose automobiline per romperle e voi, invece, non avevate il medesimo avallo a radere a zero la testa della sua Barbie: “Sta’ buono e torna a giocare con tua sorella!” – vi sentivate dire.
E dunque avete chiesto “pane” e vi hanno risposto “mangiate brioche”.
E dunque non vi hanno dato retta, proprio come succede a noi, appassionati e commentatori, cari piloti! Proprio come succede a tutti coloro che, nelle loro esistenze, si scontrano contro muri e barriere che non hanno ragione di esistere, anche voi, amici piloti, avete imparato che esiste un nemico più imbattibile del pericolo, della sorte avversa o del business selvaggio: lo status quo.
Perché questo accade? Perché per cambiare qualunque sistema, sia esso ristretto come il layout del congelatore di casa o dilatato come la governance della Formula Uno, non basta volerlo né chiedere per ottenerlo: bisogna anche preparare un piano e spiegare come, perché e con quali risultati. E voi, spiace notarlo, non avete presentato alcun piano, mentre loro, i vostri antagonisti, ne hanno sempre uno di riserva pronto alla bisogna.
Ma questo, cari amici piloti, non è che un ostacolo. Spero e voglio credere che questo sia stato un primo, minuscolo passo nella direzione del pubblico e degli appassionati e che, in nome del loro affetto incondizionato, persevererete. Ci vuol ben altro che un sedile arroventato a raffreddare l’ardore di un tifoso duro e puro, non sarà questo a farci smettere di seguire le gare, per cui andate avanti: vi seguiamo.